Caro, vecchio, Conte Dracula. Ti abbiamo letto e visto in tutte le salse da tempo immemore. Sei presente nel nostro immaginario fin dalla tenera età, con il tuo iconico aspetto classico sfoggiato da oltre un secolo, principalmente per via della trasposizione teatrale del romanzo da cui provieni e per l’interpretazione cinematografica di Bela Lugosi: abito da sera scuro, lungo mantello nero e lucenti capelli tirati indietro. E di certo non possono mancare i tuoi terrificanti canini aguzzi. Ma dove ti abbiamo visto per la prima volta? Edulcorato in qualche libro per bambini? Di sfuggita alla televisione? Ognuno ha una sua storia, che forse faticherà a ricordare. Chi scrive ha quasi certamente memoria di quale sia stata la prima volta: Fracchia contro Dracula di Neri Parenti, parodia dove il goffo personaggio di Paolo Villaggio si ritrova ad affrontare l’iconica figura a suon di esilaranti equivoci. Non passò molto tempo prima che uno spot televisivo bastò ad impressionare e a togliere il sonno al piccolo e futuro recensore. Nel 1992, Dracula di Bram Stoker, diretto da Francis Ford Coppola, stava approdando sugli schermi lasciando un segno indelebile e impareggiabile (se consideriamo – come si dovrebbe – il Conte Orlok di Nosferatu come un personaggio distinto).

Nonostante nel titolo fosse stato aggiunto “di Bram Stoker”, Coppola ha voluto giustamente contraddistinguere la sua opera offrendo una genesi e una giustificazione alla terrificante natura del Conte: un amore perduto, il suo inconsolabile dolore e la rinnegazione di Dio.
Ed è da qui che Luc Besson riprende il discorso dopo 33 anni. Non molto avvezzo al genere orrorifico, come da lui dichiarato, Besson si serve di Dracula per proseguire il sodalizio con l’attore Caleb Landry Jones dopo Dogman. Per quanto abbia affermato di aver preso ispirazione dal libro di Stoker, il regista attinge palesemente da Francis Ford Coppola, prendendo il prologo di quest’ultimo per ampliarlo a suo piacimento. Troviamo però un Vlad II (non III, per chissà quale motivo) biondo, angelico e carnale, che non vuole altro che rimanere ardentemente con la sua amata Elisabeta (Zoë Bleu), in un turbine di complicità e lussuria. Ma gli ottomani sono alle porte e Vlad ha il compito di tenergli testa. Durante un tragico scontro, Lord Vlad perde Elisabeta e, sentendosi tradito, si trasforma in una creatura in opposizione a Dio, così da poter cercare nei secoli avvenire la reincarnazione della sua sposa.

Luc Besson sottolinea ancora di più questa parte, mostrando un Dracula determinato a ritrovare il suo amore, ma marcandone il peso e lo sconforto di una ricerca infinita, senza quindi rimanere recluso nella sua dimora. Qui il regista infonde al personaggio un’insolita qualità: il vampiro non si serve solamente del suo fascino, ma di un potente profumo di sua creazione ottenuto dopo lunghi esperimenti. Questo mezzo sembra essere preso da Jean-Baptiste Grenouille, il protagonista del romanzo Il profumo di Patrick Süskind, determinato ad ottenere una fragranza talmente meravigliosa da poter costringere gli umani a idolatrarlo.
Si arriva così al XIX secolo, ed è qui che Besson decide di prendere molti elementi e di metterli tutti dentro un grosso frullatore.

Non può mancare la visita di Jonathan Harker (Ewens Abid) al castello: qui il personaggio trova un Dracula anziano praticamente simile nell’aspetto a quello del ‘92, con lunghi capelli bianchi raccolti e una veste sgargiante. Un Conte annoiato e sbrigativo in una dimora non solo più luminosa, ma anche meno desolata. E non parliamo della presenza delle tre spose/sorelle, ma di buffi gargoyle al suo servizio, che costituiscono un elemento palesemente comico.
Decide poi di spostare l’ambientazione e di portarla nel suo campo da gioco: non più Londra, ma la natia Parigi. Di conseguenza, niente Dott. Seward, ma Dumont (Guillaume de Tonquédec), mentre gli Harker rimangono invariati. E Van Helsing e Renfield? Nel ruolo del cacciatore di vampiri abbiamo un prete senza nome interpretato con grande classe da Christoph Waltz, mentre alla nostrana Matilda De Angelis viene affidato il ruolo di Maria, in un mix fra Renfield e Lucy Westenra.

Un ingrediente di prestigio sono le musiche di Danny Elfman, che collabora per la prima volta con il regista parigino regalando un’opera sontuosa e ispirata, nel pieno del suo stile, senza trattenersi nell’omaggiare i compositori delle precedenti opere legate al vampiro.
Non mancano quindi gli ovvi rimandi a Wojchiec Kilar dal film di Coppola, cosa che aveva già fatto in Wolfman di Joe Johnston; ma quello quasi sorprendente è legato al film del 1979 di John Badham, composto dal leggendario Maestro John Williams.
Dracula – L’amore perduto è il “millesimo” film su un personaggio noto perfino ai sassi, nelle mani di un autore europeo che ha spaziato su vari generi. Sarebbe stato difficoltoso per chiunque riproporlo in una nuova chiave. Luc Besson sceglie di rimanere nel mezzo, rimaneggiando – senza riconoscerlo – una delle incarnazioni più iconiche e intoccabili, in un miscuglio fra tormento e leggerezza. Il risultato è offuscato e incerto, ma bisogna dare atto della singolarità di certe inclusioni e dell’efficacia degli interpreti, specialmente di quello principale.